Testo critico di Dario Evola - 1:

Isabella Nurigiani agisce sulla materia plastica come in un campo di forze, appunto “sperimentali”. Il corpo si fa sguardo e lo sguardo diventa tattile nel senso di una “passività attiva” in rapporto al mondo. Non siamo di fronte a sculture nel senso tradizionale dell’intaglio (sculpo), ma si tratta piuttosto di una progettualità “plastica” nel senso greco di plasso, di materia modellata a partire da qualcosa di morbido, di immediatamente riferibile alla tattilità delle mani nello sfioramento che produce energia, come trascrizione di sfioramenti. Superfici che “producono” e generano energie da piccoli spazi, da macchie e da punti, come percepite da tensioni minime. Esse si intersecano morbidamente non per piani come nella scultura ma come campi magnetici, che partono da una superficie e tendono verso l’altro, come esplorazione e come interrogativo, come messa in questione della materia stessa e della percezione retinica, come messa in questione dell’esperire. Sono opere da percepire non cineticamente, ma tattilmente, hanno il corpo come referente primario, ma è un corpo senziente, progettante, una istanza attiva nel gesto e nel corpo che si fa gesto. La ricerca di Isabella Nurigiani tende verso uno spazio teatrale come theaomai, luogo del vedere, ma anche dell’agire, di quell’agire progettuale che è del corpo mentre sperimenta spazio e luogo. Le superfici proposte insieme alle opere modulari consistono della stessa materia “tattile” e non “pittorica” che presuppone una terza dimensione non illusoria, non materica, di richiamo al tatto come ferita nella carne del mondo.