Testo critico di Laura Turco Liveri - 2:

Le Immersioni geometriche di Isabella Nurigiani

Tra le tante istallazioni e sculture prodotte da Isabella Nurigiani, queste presentate allo Studio Tiepolo38 di Roma sono differenti. Infatti, sebbene la grande istallazione Senza via d’uscita (2010) viva di propria personalità e sia protagonista di un’intera sala, la vera seduzione estetica la svolge l’accurata varietà dei gioielli-scultura allestiti in boschi e in prati minimali. Come nella natura, su rami e steli si offrono, in un’atmosfera quasi magica, piccoli mondi immaginari, ognuno con una propria peculiarità.
Non stupisce che ogni gioiello sia una scultura autonoma e soprattutto diversa dagli altri fin dall’idea e dall’impostazione progettuale, poiché proviene dalla variegata e rara personalità di un’artista che, con la leggerezza dell’aria, crea, da sempre, anche per porsi in dialogo con gli altri. Partendo da ricerche approfondite e da un’intuizione non comune sul collegamento tra materiali e concettualità, la Nurigiani modula la propria esecuzione affinando il concetto secondo la comunicatività di sé e dell’opera, innescando, in tal modo, il gioco dello scambio e del dialogo interpersonale.
Sia che lavori il vetro, la gomma, l’argento o il ferro, Isabella, come ogni scultore, è sempre in contatto con gli elementi primari della natura. Al pari dell’omerico Efesto, che nel ventre dell’Etna attingeva alle risorse fondamentali della terra per forgiare armi divine, così l’artista piega la materia seguendone al contempo le caratteristiche fisiche: il suo mestiere è una danza ritmata, nella battaglia del ferro, nella sinuosità filamentosa del vetro, nella divertita punzonatura della gomma e nella cesellatura dell’argento e, infine, nella vestizione dell’opera con patine dorate, cerate o trasparenti, che ne addolciscono le asperità consentendoci di indossarlo ed entrare in contatto con quel respiro profondo che dona un’insostituibile energia vitale.
Un’energia che si modifica ulteriormente negli anelli in gomma, traducendosi in gioco per chi lo porta, come è stato un gioco per chi lo ha ideato, quasi una scommessa irriverente nell’inganno visivo che ci fa apparire questa materia colorata una madrepora azzurra, una modellata big bubble rosa, un’incantata astrazione in cera verde, una fioritura di strano corallo rosso o verde scuro o ancora un ribollente ferro nero.
Nella varietà dei materiali, la varietà delle indoli e degli umori.
Indossare un anello in vetro, allora, assume il significato di porre maggiore delicatezza nei movimenti, così come indossarne uno in ferro significa accompagnare con rispetto e cautela un bocciolo svettante o un mazzetto di fiori stilizzati freschi di rugiada, o avere attenzione a non entrare in conflitto con una struttura forte e rigida e, una volta abituati, avvalersi invece della sua imponenza. Allo stesso modo, si gioca a rimbalzare contro la realtà con al dito una materia come la gomma. Con l’argento, poi, il dialogo si fa più caldo e confidenziale, l’anello o il bracciale diventano compagni delle nostre azioni, duttili come la loro essenza, sia ammorbiditi in luccicanti panneggi che strutturati in attraversabili geometrie.
L’attraversabilità, del resto, è una delle caratteristiche delle sculture di Isabella, che ha cominciato tagliando fogli in ferro sbalzandone sagome umane e consentendo così di arrivare, fisicamente o visivamente, direttamente dall’‘altra parte’.
Intuitivamente ispirandosi al concetto di traforo, legato da secoli all’immagine femminile e barriera che svela con ammiccante riservatezza - come le finestre che filtrano la luce e l’aria negli edifici arabi o le filigrane dei gioielli greco-romani, albanesi e spagnoli – la Nurigiani crea anelli di intime correnti d’acqua, petali di linee o nidi arruffati e foglie ritorte o accartocciate, che ne declinano la sostanza secondo alcuni, scelti riferimenti formali di sapore e simbologia antica.
Indossare una di tali piccole sculture significa entrare nella sua struttura, immergendosi in coordinate spaziali e mentali aperte a un confronto sempre nuovo con il mondo. Anello, collana o bracciale che sia, ognuna di esse è una scultura “portata” su mani e polsi, cioè su articolazioni sempre in movimento ed essenziali per la nostra espressività ed emotività.
L’arte addosso ci orna l’anima e il parlato, perché muove, con il suo ritmo ordinato – armonico o dissonante che sia – la sensibilità tattile. Attraverso il tatto e il movimento, si avanza nella conoscenza.
Non si è mai sole con i gioielli di Isabella Nurigiani. Sono presenze, talvolta suggeritrici di parole o atteggiamenti che altrimenti, forse, faremmo fatica ad evidenziare perfino a noi stesse.
Quello della mostra, è un percorso-confronto aperto, giocato sulla leggerezza di una sacrosanta vanità che ci spinge a provare, a immaginare, per scoprire.
Nel gioco della prova e dello scambio, la ricerca di altri aspetti del proprio io si arricchisce di nuovi colori dell’anima, con la grazia discreta che caratterizza questa artista. Una discrezione delicata anche nel porgere temi profondi e angosciosi come la pioggia fitta delle nere aste di ferro dell’istallazione proposta, che ci costringe Senza via d’uscita a perderci nell’assoluto del nostro io.