Testo critico di Marco Di Mauro:

ENERGIA E DELICATEZZA NELL’OPERA DI ISABELLA NURIGIANI

Le sculture di Isabella Nurigiani aspirano ad occupare lo spazio e ad esserne penetrate, attraverso forme fluide, vibranti, che si lasciano attraversare dal flusso dell’aria e da quello, invisibile ma non insensibile, dell’energia. I moti levigati e fluidi della materia sviluppano un’armonia musicale, che costituisce – John Cage ce lo insegna – una proprietà ineludibile di ogni organismo vivente.
Le sculture della Nurigiani tendono all’assoluto, a travalicare i vincoli della materia, tuttavia non spirano solennità, ma si offrono al pubblico con estrema delicatezza, come petali scoloriti di un fiore fragile e delicato. Lo stesso ferro, malgrado la sua apparenza, è un materia duttile e delicata, che si lascia corrodere dall’aria, ossidare dall’acqua e, soprattutto, manipolare dal calore delle mani.
Isabella, dunque, ha elaborato un linguaggio icastico che aderisce al presente nel dialogo costante con la sfera emotiva e sensoriale. Al centro della sua riflessione è il recupero di una sensibilità primitiva, naturale, contro le insidie di una società materialista che estirpa le radici dell’individuo e le sue facoltà originarie. L’adozione di un linguaggio ruvido ed elementare costituisce un veicolo per indagare i recessi della mente, oltre il turbine di immagini in cui siamo avvolti. Anche la scelta di materiali poveri come il ferro esprime la volontà di degradare la rete di segni di cui si serve la civiltà moderna, per svelare gli archetipi su cui si regge. Nella elementarità dei segni, però, si percepisce una complessità di rimandi segreti: la corrosione e la consunzione del ferro sono i segni del nostro passaggio, l’attuale che si tramanda fino ad assumere una dimensione sacrale.