Testo critico di Francesca Pietracci:

TIK/TAK RIFLESSIONE E AUTORIFLESSIONE

Mi piace pensare a questa mostra, e alla specifica genesi del suo progetto, come ad un work in progress che fatalmente corre parallelo al pensiero della filosofa ungherese Agnes Heller, nella peculiarità della sua teoria generale della democrazia intesa come prassi comunicativa. La sua ricerca, centrata sulla consapevolezza della pluralità dei bisogni umani, sulla loro individuazione e sulla loro legittimazione, dilata il concetto marxiano dell’essere umano ricco di bisogni verso percorsi di riflessione, autocritica e creazione di nuove prospettive sociali e politiche. E’ intorno a questo nucleo di concetti tra loro dialettici che può focalizzarsi l’interpretazione di uno dei significati del Memento Park di Budapest, argomento centrale della mostra. Le sue statue rappresentano la retorica della dittatura comunista, ma allo stesso tempo possono essere considerate, in astratto, anche per la loro portata ideale e artistica. Inoltre, il fatto che l’Ungheria post-comunista non le abbia distrutte, ma abbia deciso di conservarle a monito, con l’intento di trasformarle in anti-monumento, invertendo la loro funzione comunicativa, sta a dimostrare una coraggiosa libertà di dialogo con la storia e una volontà di ricostruire il presente evitando rimozioni.
Si tratta di un processo difficile, così come è difficile mettere a fuoco un passato ancora troppo recente. Le foto scattate da Roberto Vignoli a Memento Park nell’estate del 2012, fanno pensare a tutto questo attraverso le immagini-simulacro di enormi individui pietrificati: dittatori, ideologi, soldati dalla bocca ormai muta e dal gesto impotente. Di contro, l’esercito di individui-pupazzo rappresentati dalle 100 piccole sculture di Isabella Nurigiani, sembrano perdere il passo, la postura e il ritmo stesso della loro marcia. Qualcuno si piega in avanti, qualcuno di lato, qualcuno decide di ballare rompendo le fila.
Rigidità e flessibilità si contrappongono nettamente e degenerano in maniera evidente.
Ma tutto questo mondo, che farebbe pensare più ad una pura fantasia che ad una metafora della realtà, trova il suo contrappunto in un documento di sconcertante evidenza. Si tratta dell’opera di Patrizia Dottori costituita da un fax-simile di passaporto sovietico che l’artista ha trovato alla bottega di souvenir proprio a Memento Park. Un passaporto inutile, che non serve all’espatrio, ma che anzi scoraggia ogni viaggio e ogni pericolo di contagio ideologico, un passaporto che lei ha contribuito a completare inserendo la sua identità, la sua foto tessera, i suoi pensieri e le sue citazioni.
La riflessione e l’autoriflessione, quindi, non appartengono solo alla recente storia politica e sociale dell’Ungheria, ma possono e devono appartenere a tutti gli esseri umani, anche attraverso l’arte che, per tornare alle parole di Agnes Heller,  è l’autocoscienza dell’umanità.